Nell’ultimo decennio abbiamo visto esplodere la produzione di serie TV, grazie al mercato che Netflix ha saputo creare. Con il passare del tempo, abbiamo visto il nascere e morire di diversi trend narrativi, ma tra questi un genere è riuscito a distinguersi e crescere a dismisura: il settore del food (sai che sorpresa, vedi dove stai leggendo). Oltre ai blasonatissimi reality sul tema come Hell’s Kitchen oppure Masterchef, con il passare del tempo sono state prodotte ottime docuserie come Chef’s Table, oppure altre a stampo narrativo. Su questo ultimo filone, oggi parliamo di The Bear.
The Bear è una serie prodotta da FX e visibile, in Italia, su Disney+. Attualmente conta due stagioni e io attualmente ho finito solo la prima. Premetto che non so niente per quanto riguarda il campo cinematografico e vi consiglio, se quella che cercate è una recensione della serie, di cercare altrove. Quello che a me è interessato di più è invece il lato culinario, ma procediamo con ordine.
In breve, la serie parla di Carmen “Carmy” Berzatto, chef del Noma che si vede costretto a tornare a gestire il locale del compianto fratello nella periferia di Chicago. The original beef of Chicagoland, spesso abbreviato The Beef, è un locale focalizzato su sandwich di carne e classica cucina americana, ma con l’arrivo di uno chef talentoso ed il maggior spazio che viene dato ad alcune figure intraprendenti, non solo il menù ma anche lo stesso stile culinario viene completamente rivisitato.
Tutto lo studio e la progettazione di questi piatti è stato eseguito con il supporto dello chef Matty Matheson, che compare pure nella serie nel ruolo di sfaticato tecnico elettricista. Durante tutta la serie lo spazio dedicato veramente alla cucina è molto ridotto, però si è molto lavorato per raccontare la tutta la brigata anche attraverso la rappresentazione di piatti che potessero narrare le diverse etnie e storie di ognuno dei personaggi. Non mancano anche dei veri e proprio guizzi creativi, penso allo stufato con riso e platano che si vede nel pilot; oppure alla torta al cioccolato nella quarta puntata. Attraverso i piatti che si vedono in The Bear si raccontano storie, popoli e tradizioni, e come tutto ciò confluisca nella cucina.
Come già accennavo, la serie non è orientata agli appassionati di cucina. Il fuoco (che stupido gioco di parole) spesso è più che altro concentrato sullo sviluppo dei personaggi e sullo stravolgimento dei rapporti all’interno di una cucina, con maggior enfasi sul filone narrativo della situazione famigliare di Carmy. Un protagonista tormentato dagli eventi e che si trova confuso e spaesato, al centro di scelte con l’obiettivo di non rinunciare all’attività traballante del fratello e che lo porterà poi a superare conflitti interni. In diversi momenti, Carmy manifesta l’incapacità di comunicare il dolore straziante che prova per la perdita del fratello, portandolo ad alzare la voce e ad accesi dibattiti contro il resto della squadra. Al contempo però dimostra la totale fiducia nei confronti della brigata.
Se dovessi descrivere in cosa la serie eccelle, è nella narrazione dei momenti dietro alla crescita di Sidney e di Marcus, i due appassionati nelle due grandi ali della cucina: l’alta cucina e l’alta pasticceria. Durante tutta la serie sono diverse le opportunità di confronto con Carmy e che lasciano trasparire una certa intesa anche a livello di comprensione del profilo del gusto, tecniche culinarie e conoscenze di figure rilevanti nella cucina elitaria.
La narrazione di ciò che accade ai fornelli non solo è accurata, ma anche ritagliata nelle giuste tempistiche. Lungo le puntate si vedono momenti dedicati alle pulizie, momenti di preparazione, momenti di convivialità e servizi veri e propri. Il flusso di lavoro è presente e ben descritto, utile per dare consistenza alla serie e per staccarsi un po’ da tutte quelle scene belle pulite e patinate che si son viste in altre serie.
Molti articoli per il web cercano di rispondere alla domanda “quanto è vera la rappresentazione dell’atmosfera in una cucina qualunque in The Bear?”, spesso riferendosi alla famosa 7^ puntata (anche detta il piano sequenza) e al carico di ansia che si trascina con sé. Penso che la serie riesca, anche solamente in poche scene, a dimostrare come ci si ritrovi sottoposti a pressioni diverse a seconda del tipo di locale in cui si lavori e al proprio ruolo all’interno della cucina.
Far emergere questo clima di tensione era sicuramente l’obiettivo degli sceneggiatori e posso dire che è stato rappresentato sicuramente in modo un po’ caricaturale ma devo dire decisamente efficace. Anche se spesso quella tensione lì (penso al clima di terrore nella sequenza al Noma) è più un falso mito che una realtà effettiva. Sicuramente in tante situazioni ci troviamo in situazioni molto frenetiche e caotiche, ma non credo che ci si possa trovare a provare una pressione talmente asfissiante. Non che sia così comune.
The Bear è riuscita in poche puntate da 20 minuti (esclusa l’ultima) a mettere in scena una bella storia. Non credo che sia così verosimile, ma non credo che sia un lato negativo. Sono rimasto piacevolmente colpito da quei momenti frizzanti dove il tema è la creatività e dove è si è veramente parlato di cucina, ma che rimangono di fatto il contorno piuttosto che la portata principale. Rappresentazione, status e famiglia (in senso lato) sono gli ingredienti che vengono sapientemente amalgamati in un racconto molto efficace.





