Alessandro Borghese: Kitchen Podcast

Ok, chi mi conosce nel privato, sa che oltre alla grande passione che nutro per il mondo della gastronomia, sono anche un ascoltatore famelico di podcast: spesso quando cucino (o spesso dopo, mentre sto lavando i piatti), mi piace consumare questi “contenuti a cuor leggero” (semicit.). Per chi non avesse ben chiaro, il podcast nasce come contenuto radiofonico-like che viene distribuito tramite piattaforme dedicate come Apple Podcast oppure Spreaker oppure da un più diffuso Spotify. A fare proprio gli invasati, ci sarebbe da dire che nasce come contenuto diffuso nell’internet e destinato all’ascolto su iPod, da lì il nome. In questi contenuti, che per natura vengono serializzati, si trattano i generi più disparati: dalla politica alle serie tv, passando per i videogiochi.

Ecco, se mi segui su Instagram (vero che lo fai? Altrimenti come ci saresti arrivato fin qua), avrai forse visto che un po’ di tempo fa ho iniziato ad ascoltare il nuovo podcast di Alessandro Borghese: Kitchen Podcast. Su Alessandro Borghese, il superconduttore e padrone di casa a “il lusso della semplicità” non c’è bisogno di far presentazioni. Il suo podcast, invece, di quello possiamo parlare.

Ed è in pratica tutto qui. Nulla da criticare da questo punto di vista, parliamo pur sempre di podcast dal contenuto leggero. Eppure… l’aggettivo con cui lo definirei è soltanto uno: cringe. (tra l’altro, thx Accademia della Crusca che me lo hai messo nel vocabolario italiano, mi sa comodo a Scarabeo)

l’aggettivo con cui lo definirei è soltanto uno: cringe.

E si percepisce tutto il cringe, fin da subito. A fronte di una veloce sponsorizzata all’inizio della puntata, dopo pochi minuti è chiaro che tutto il format è un qualcosa di scritto, magari con veri aneddoti di Borghese, ma che mal si sposano con la filosofia dei podcast. Chi ne ascolta si rende perfettamente conto che Borghese sta leggendo (e ovviamente non c’è nulla di male in questo), dando alla voce dei tratti quasi fiabeschi, a volte. Potremmo anche dire che il prodotto non funziona anche nelle “ritmiche” della narrazione: frase ad effetto; stacco di chitarra; frase ad effetto; stacco di chitarra; narrazione di contesto; frase ad effetto; stacco di chitarra. Non so, suona male pure letto, no? Se fosse un piatto, vi direi che è stato rovinato da un’aggiunta di sale un po’ troppo generosa.

E vi dirò di più, non merita l’ascolto neanche per le ricette. Non c’è ovviamente da dubitare della bontà di queste, parliamo di uno chef che ne sa veramente (mi racconta una cacio e pepe quasi profana, che mi seduce piano piano). Ma anche a logica, quanto mai sarà fruibile una ricetta raccontata?