Lùnapop - 50 Special

Fino a qualche tempo fa, i colli erano semplicemente i colli. Al bolognese medio, avvezzo alle fighetterie così comuni in quel di Milano, andare sui colli significava permettersi passeggiate in sentieri polverosi o qualche pranzo in trattorie nelle quali si può dare per scontato l’autenticità. 

Ad oggi, però, salire sui colli è diventata la versione esacerbata dei sentimenti che ci muovevano solo qualche stagione fa. In un’epoca che sembra aver bisogno di trasformare ogni scorcio in un set, perfino i colli non si possono sottrarre al fenomeno della “scenificazione”. Luoghi come Colliwood, (l’ex) Collina delle Meraviglie ed il Giardino Ebbrezze sono diventati dei locali temporanei, pronti ad accogliere folle desiderose di evadere dalla frenesia bolognese.

Il fenomeno non è casuale. Negli ultimi anni la città ha mostrato una fame crescente di spazi all’aperto, soprattutto in estate, quando il centro diventa invivibile per via del caldo e del turismo. Ecco che allora i colli si presentano come l’alternativa perfetta: facilmente raggiungibili in auto, percorrendo una breve tratta di venti minuti dal centro, e comodi per universitari, lavoratori e chiunque non possa allontanarsi troppo dal centro. I colli permettono a molte e a molti di poter immergersi nel verde con il minimo sforzo, con annessa vista dall’alto della città.

Ed è così che, quello che è stato terreno fertile per ciclisti e camminatori abituali, ora è diventato un format di intrattenimento, su cui poter monetizzare ancora di più. Non si va più in collina solo per respirare aria pulita, ma per “consumare” la collina stessa: il panorama diventa scenografia, la natura arredo, la serata un’esperienza confezionata.

Colliwood è forse il caso più emblematico: un prato trasformato in platea, il nome che strizza l’occhio all’industria dei sogni e una programmazione di eventi che va dai concerti acustici ai dj set. La Collina delle Meraviglie ha cambiato pelle ed è passata sotto la gestione de I Conoscenti, portando con sé una patina un po’ più curata e qualche velleità gastronomica. Il Giardino delle Ebbrezze, come suggerisce il nome, punta più sull’alcol e sulla convivialità da brindisi sotto le stelle. Formati diversi, stesso obiettivo: stupire chi cerca un altrove a portata di mano. Funziona bene per chi vuole lasciarsi sorprendere, ma che difficilmente conquista chi i colli li vive ancora senza filtri.

E quando eliminiamo l’aspetto patinato si iniziano a vedere gli aspetti più problematici del tutto. Se iniziamo a sbirciare l’offerta gastronomica, ci rendiamo conto velocemente che siamo di fronte a qualcosa che è più pretesto che contenuto. Si va dal tagliere “artigianale” che ricorda più un banco del supermercato, alla pizza che funge da riempitivo, fino ai panini da festival estivo. Qualche esperimento più raffinato c’è, soprattutto nei locali più strutturati, ma resta un’appendice al vero cuore del format: bere, socializzare, fotografarsi al tramonto. Non è il piatto che conta, ma lo sfondo nel quale viene fotografato. La cena non è più il quadro, è la cornice. 

Che il format funzioni lo dicono i numeri: le serate sui colli registrano migliaia di presenze ogni estate, con picchi nei weekend che trasformano le strade collinari in piccoli esodi cittadini. Un successo legato anche alla scarsità di alternative equivalenti: pochi locali offrono spazi così ampi e immersi nella natura a due passi dal centro. Ma la domanda resta: è una moda destinata a consolidarsi o un fuoco di paglia già in fase calante? Le recensioni raccontano entrambe le facce: chi li celebra come luoghi di magia e libertà e chi li liquida come mete inflazionate, dove si paga troppo per avere poco.

Sul fronte dei prezzi, del resto, non si può sorvolare. Cocktail a dieci euro, calici di vino a sei, taglieri che viaggiano oltre i quindici: cifre che, se confrontate con l’offerta gastronomica della città, fanno storcere più di un naso. Ma è proprio l’assenza di concorrenza diretta a permettere simili listini. Lì dove la collina diventa locale, non ci sono alternative immediate: o accetti il pacchetto, o resti a casa. E così i prezzi, più che un problema, diventano parte integrante dell’esperienza, come il parcheggio improvvisato lungo la strada o la fila al bancone.

Non ci sono alternative immediate: o accetti il pacchetto, o resti a casa.

Non è però un fenomeno esclusivamente bolognese. In tutta Italia si moltiplicano format simili: dalle cascine trasformate in club estivi alle spiagge rimodellate come lounge bar, fino agli agriturismi che fanno più eventi che cucina. È la logica dell’evasione pronta all’uso, che trova nel paesaggio la sua materia prima e nella socialità il suo prodotto finito. Bologna, in questo senso, non inventa ma reinterpreta, adattando il format alla sua collina simbolo e alla sua comunità di giovani e turisti in cerca di qualcosa che non sia solo Piazza Verdi o via del Pratello.

Al netto di tutto ciò, non ci resta che chiederci che cosa ci resti di queste esperienze. Forse poco, se non qualche foto sui social ed un vago ricordo di serate tutte simili tra di loro. Eppure, volgiamo uno sguardo ai colli e all’esperienza che abbiamo fatto per vedere un po’ in quello che siamo diventati noi stessi. Qualcuno che ricerca nella comodità e nel “preconfezionato” la realizzazione di qualcosa di più ampio: l’appagamento di una parvenza di fuga e l’ostentazione dell’esserci. Un bisogno ben interpretato dai colli bolognesi che per tutta l’estate hanno continuato a riempire di tavoli, luci e calici anche quest’estate.